Malore prima della diretta, speranze per Sposini

Il popolare conduttore e giornalista si è sentito male nello studio de "La vita in diretta", pochi minuti prima della trasmissione
Caltanissetta, Archivio

ROMA. Una "indicazione positiva, ma non decisiva ai fini della prognosi del paziente". Così gli esperti, neurochirurghi ed anestesisti, giudicano il fatto che Lamberto Sposini - ricoverato in terapia intensiva al policlinico Gemelli dopo aver subito un intervento chirurgico al cervello a seguito di un'emorragia cerebrale, ed ora in coma farmacologico - "risponda agli stimoli dolorosi", come annunciato nell'ultimo bollettino medico.    Lo stato di coma farmacologico, spiega il neurochirurgo Andrea Talacchi dell'Azienda ospedaliera di Verona, "é indotto nel paziente al fine di 'mettere il cervello a riposo'; in questo modo, col coma indotto, si cerca cioé di assicurare al cervello le migliori condizioni di ossigenazione e pressione. In tale stato, l'individuo non è ovviamente cosciente". Quando la sedazione è massima, precisa l'esperto, "non può esservi alcuna risposta a stimoli esterni, ma la sedazione può anche essere 'alleggerita' proprio per verificare se c'é qualche riposta da parte del paziente".


La risposta, in questo caso, a stimoli dolorosi, afferma Talacchi, "rappresenta tuttavia solo un'indicazione di massima" e "non è decisiva ai fini della definizione della prognosi". Il fatto che il paziente abbia risposto a tali stimoli, sottolinea il neurochirurgo, "ci dice però che, in assenza del coma farmacologico indotto, il paziente non dovrebbe trovarsi in una condizione di coma irreversibile".    Quanto all'intervento chirurgico cui Sposini è stato sottoposto, "l'intervento al cervello - chiarisce Talacchi - non serve a migliorare di per sé le condizioni cliniche del paziente, ma è finalizzato a impedire un nuovo sanguinamento se la causa dell'emorragia cerebrale è un aneurisma, o ad alleggerire la pressione sul cervello se la causa non è un aneurisma ma si è in presenza solo di un sanguinamento con ematoma". Dunque, prosegue, "decisivo risulta essere, più che altro, lo stato in cui il paziente si trovava prima dell'intervento chirurgico al cervello, se cioé fosse già in coma profondo o meno". Ad ogni modo, conclude Talacchi, "cruciali, per una valutazione del caso, saranno le prossime 2-3 settimane".    


Parere analogo anche da parte del presidente dell'Associazione anestesisti-rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi) Vincenzo Carpino: "Il fatto che ci sia una risposta muscolare agli stimoli dolorosi è sicuramente un dato positivo, tuttavia solo al risveglio del paziente dal coma farmacologico - rileva - si potranno valutare eventuali danni subiti".

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