ENI

"Illeciti amministrativi e inquinamento", chiesto il processo per Raffineria Gela

GELA. Decine di tonnellate di rottami di ferro, fusti metallici, materiale edilizio di risulta sono accatastati sul fondale marino a ridosso della Raffineria di Gela per tutti i tre km di lunghezza del pontile che, con la diga foranea, compone il porto-isola dell’ex petrolchimico Eni.

Lo hanno scoperto gli uomini della squadra di polizia giudiziaria della guardia costiera gelese e il nucleo operatori subacquei del corpo delle capitanerie di porto nel corso di un’inchiesta che ha preso a campione gli ultimi 10 anni di attività dello stabilimento. A conclusione dell’indagine, la procura ha chiesto al gup di Gela il rinvio a giudizio della società «Raffineria di Gela Spa» e di cinque suoi dirigenti, tra amministratori delegati e responsabili della struttura operativa integrata di logistica-mare (Soi3) chiamati a rispondere di inquinamento ambientale e di gestione illegale di rifiuti nell’area dello stabilimento gelese. L’azienda dell’Eni invece è ritenuta responsabile di illeciti amministrativi dipendenti da reato.  Per alcune imprese che eseguivano i lavori di manutenzione delle pipe-line per l’imbarco e lo sbarco di prodotti petroliferi, il mare sarebbe diventato una immensa discarica abusiva da utilizzare con rilevanti risparmi dei costi di smaltimento dei rifiuti speciali.

«Ci sono tratti di mare - ha detto il capitano di fregata, Pietro Carosia, comandante della capitaneria di porto - dove su 10 metri di fondale abbiamo scoperto cumuli di ferraglia e rifiuti ancora da classificare dell’altezza di 5 metri». «Per poter eliminare tutto questo materiale - secondo Carosia - occorreranno anni e anni di lavoro».
Le indagini della guardia costiera sono state corredate di videoregistrazioni subacquee che danno l’esatta dimensione della portata dell’inquinamento: tubi per ponteggi abbandonati, pezzi di impalcature, tratti di vecchie tubazioni dismesse, fusti metallici contenenti materiale solido ancora da definire e rifiuti di vario genere. La notizia ha destato sorpresa e stupore tra i dirigenti sindacali di fabbrica.

«Pur ammettendo che qualche tubo da ponteggio possa essere caduto in acqua - dice un ex Rsu dell’indotto - è estremamente improbabile che la presenza di questo materiale sia da addebitare alle imprese appaltatrici». A Gela, dove faticosamente si sta uscendo da una difficile crisi produttiva e occupazionale, si è aperto un acceso dibattito attraverso i social media. C'è chi esprime il timore che dopo la petrolchimica possa chiudere anche la riconvertita «green refinery», prima ancora che entri in funzione, e chi sostiene che la presenza di tubi e ponteggi sia un fatto positivo perchè potrebbe aver favorito il ripopolamento ittico del mare di Gela, notoriamente povero di pesci.

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