"L'amore bugiardo", il regista Fincher:
racconto la verità distorta dei reality

Caltanissetta, Archivio

ROMA. Un maestro nel raccontare le ombre dietro la realtà come David Fincher sta per tornare con L'amore bugiardo - Gone girl, il thriller tratto dal bestseller di Gillian Flynn, con Ben Affleck e Rosamund Pike, che avrà la prima mondiale al New York Film Festival e sarà nelle sale italiane dal 18 dicembre distribuito da 20th Century Fox. «È una storia - dice il regista nell'incontro a Roma con gli studenti di cinema del Centro sperimentale di Cinematografia e della Nuct - nella quale anche attraverso atmosfere da reality racconto come i media, i canali in onda 24 ore su 24 leggano e stravolgano i comportamenti, la verità». Il film parte dalla misteriosa sparizione di Amy (Pike), figlia di due scrittori per ragazzi che hanno usato l'infanzia e adolescenza della figlia per creare la 'Mitica Amy', protagonista dei loro libri. Il marito della donna, Nick (Ben Affleck), finisce subito al centro delle indagini della polizia, e nel tritacarne dei media, come primo sospettato di un probabile omicidio. Si susseguono però rivelazioni, sorprese e colpi di scena a ripetizione. Il cineasta, classe 1962, messosi in luce negli anni '80 come autore di videoclip (fra gli altri, per Madonna e i Rolling Stones) e spot, è sorridente e cortese nel rispondere, sempre con una punta di cautela, alle tante domande dei ragazzi. Per lui «il 90% del lavoro di regista consiste nell'eliminare gli elementi confusi della storia, non fermandosi solo sulla propria visione, ma sperimentando nuove strade». L'esordio al cinema l'ha fatto nel 1992 con Alien 3, rivelatosi un flop di critica e di pubblico: «Visto il budget di quel film, 65 milioni di dollari, dovevo chiedere ogni volta l'autorizzazione a cinque - sei persone per ogni decisione. Dopo quell'esperienza mi sono detto, 'al diavolo tutti', e ho deciso che avrei fatto i miei film, rischiando di persona, non chiedendo più il permesso, ma al limite chiedendo scusa dopo. Ho girato Seven, ed è andata bene. Con il successo sono spariti anche i controlli». Un percorso che sul set passa per centinaia di ore di riprese con le cineprese digitali («permettono di essere più liberi») e decine e decine di ciak con gli attori: «Non dobbiamo mai dimenticarci che facciamo qualcosa di sacramente finto - dice - cercando di renderlo il più credibile possibile. Non vuol dire cercare la perfezione perchè quella non vuol dire niente, non è umana». Il lavoro con gli attori «non è un gioco, non è una guerra, non è un processo. Tutti la sera nella doccia si preparano la propria verità, ma non si può avere la presunzione una volta sul set, che sia quella assoluta. Ogni scena è un balletto, a cui ognuno, dal microfonista all'operatore, dà il suo contributo. Le cose migliori per me arrivano quando gli attori hanno provato talmente tante soluzioni da non sapere più neanche come si chiamano». L'autore, fra gli altri, di The Game, Fight Club, Panic Room, Zodiac, Il curioso caso di Benjamin Button, The social network, Millennium, è anche produttore esecutivo della pluripremiata fiction House of Cards. Sempre per il piccolo schermo, ha in programma, stando alle ultime notizie, l'adattamento per la Hbo della serie britannica Utopia e sarebbe in trattative per creare con James Ellroy una serie noir ambientata negli anni '50: «La differenza fra tv e cinema è che il cinema non ha il tempo per mostrare il sistema di valori e le contraddizioni dei personaggi e la tv non ha i soldi per far esplodere gli aerei. Per una serie devi trovare 12 attori con cui sai di voler restare per anni, sviluppare sceneggiature con dei sottotesti. Ma fondamentalmente gli strumenti con cui lavori rimangono gli stessi». Una verità che ha raccontato con il suo cinema? «La vita reale spesso non ha il lieto fine che vorremmo». 

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