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LE MOTIVAZIONI

Saguto, la sentenza di condanna: «Patto corruttivo alla spasmodica ricerca di un alto tenore di vita»

Gaetano Cappellano Seminara, Lorenzo Caramma, Silvana Saguto, Caltanissetta, Cronaca
Silvana Saguto con il figlio Emanuele Caramma

Depositate le motivazioni della sentenza di condanna in appello dell’ex presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto. In tutto 1.214 pagine in cui i giudici della Corte d’Appello di Caltanissetta, presieduta da Marco Sabella, si soffermano su «un accordo corruttivo» tra Saguto ed il «re» degli amministratori giudiziari, Gaetano Cappellano Seminara.

Il rapporto di scambio con Cappellano Seminara

Il processo sul cosiddetto «sistema Saguto» si è concluso lo scorso anno, nel mese di luglio. L’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, condannata a 8 anni e 10 mesi, avrebbe gestito in modo clientelare, in cambio di denaro e favori, le nomine degli amministratori giudiziari dei patrimoni sequestrati e confiscati alla mafia. Nel corso del processo, Saguto era stata radiata dalla magistratura dal Csm. I reati contestati all’ex magistrato sono corruzione, concussione e abuso d’ufficio. La nomina di Cappellano Seminara, si legge nelle motivazioni della sentenza, «prescindeva, da ogni valutazione circa la convenienza e l’opportunità per la realizzazione dei fini propri della procedura e si inseriva, invece, nell’ambito del rapporto di scambio di utilità intercorso tra il magistrato ed il professionista». Cappellano Seminara è stato condannato a 7 anni e 6 mesi.

I compensi al marito di Silvana Saguto

A confermare quando sostenuto dai giudici il fatto che «la principale fonte di reddito di Lorenzo Caramma, coniuge del magistrato, negli anni dal 2006 al 2015, siano stati proprio i compensi corrispostigli da Cappellano Seminara, quale sia libero professionista che amministratore giudiziario». Nel «sistema» creato dall’ex giudice Silvana Saguto c'era infatti anche il marito, che è un ingegnere. Nelle motivazioni della sentenza viene ribadito che l’avvocato Cappellano Seminara avrebbe conferito a Caramma incarichi di consulenza ben retribuiti per pratiche che non erano gestite dalla moglie. Questo rapporto, secondo i giudici, aveva in realtà una motivazione diversa da quella apparente. Era infatti «occasione di retribuzione di Silvana Saguto quale prezzo della sua corruzione». L’ex giudice e il professionista avrebbero instaurato un rapporto di scambi di interessi durato nel tempo. Per questo l’ingegnere Caramma è stato condannato a 6 anni e due mesi.

Il patto corruttivo

La sentenza ricostruisce poi le fasi cruciali del «patto corruttivo». Sono soprattutto le intercettazioni telefoniche a rivelare che Saguto chiedeva e otteneva dall’avvocato fascicoli e «documenti» che, secondo i giudici, erano in realtà «provviste economiche». Le richieste si facevano più pressanti quando, a causa di un elevato stile di vita, i conti della famiglia andavano in sofferenza, facendola precipitare in una «crisi finanziaria avente tratti estremi». L’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo era mossa da uno «spasmodico desiderio di assicurare alla propria famiglia un tenore di vita molto più elevato delle proprie possibilità», come  scrivono i giudici della corte d’appello di Caltanissetta.

Il figlio e l'ex prefetto

Il processo ha ricostruito una fitta trama di rapporti di interesse in cui è coinvolto anche il figlio Emanuele (condannato a 4 mesi) che avrebbe avuto un aiuto particolare nel completamento del suo corso di studi dal professore universitario Carmelo Provenzano, anche lui inserito nel giro delle amministrazioni giudiziarie. Condanna a 3 anni anche per l'ex prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, amica della dottoressa Saguto, coinvolta in episodi marginali.

Il processo, annota ancora la corte presieduta da Marco Sabella, ha messo a fuoco un progetto dell’ex giudice che pensava di allargare i confini del suo «sistema». Da Trapani a Caltanissetta pensava di creare un «bel triangolone», una sorta di area franca delle misure di prevenzione nella quale inserire persone di stretta fiducia.

 

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