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La Settimana Santa di Caltanissetta raccontata dagli scatti di Ayala e Miccichè

Un palcoscenico a cielo aperto con centinaia di persone che diventano attori e recitano un copione antico che si tramanda da secoli. Durante la Settimana Santa, Caltanissetta si trasforma in un immenso teatro dove, dalla Domenica delle Palme alla fino a Pasqua, prendono vita maestose e antiche tradizioni, processioni e riti. Le celebrazioni iniziano con le rappresentazioni del lunedì e del martedì Santo ed entrano nel vivo mercoledì con la processione della Real Maestranza, un affollato corteo di 400 persone delle più antiche corporazioni artigiane. Poi il clou è la sera di giovedì, quando entrano in scena le sedici Vare o Misteri, speciali carri su cui vengono montati imponenti gruppi scultorei in legno, cartapesta e gesso che simboleggiano per lo più un momento della via Crucis; alcuni di essi però riproducono dipinti famosi, come quelli della Cena e della Deposizione. Ma come è cambiata negli anni la manifestazione che nei prossimi giorni, dopo la pausa della pandemia da Covid, salvo imprevisti, si ripeterà? Una risposta tenterà di darla la mostra fotografica, di Lillo Miccichè e Gianfranco Ayala, dal titolo «La Settimana Santa a Caltanissetta - Ieri e Oggi», patrocinata dal Comune di Caltanissetta e dalla Pro Loco, che si svolgerà dall’8 al 30 aprile prossimi.

Una sequenza di circa 80 immagini suddivise con le foto realizzate da Ayala, 89 anni, neurochirurgo negli Usa, in pensione, che negli anni ‘50 ha fotografato la storica processione: una carrellata di immagini che racconta non solo i grandi gruppi sacri opere del Biancardi, ma soprattutto le persone che vivevano la Settimana Santa come un momento di festa e di incontro sociale. Le foto di Miccichè, 60 anni, descrivono in maniera ampia tutta le fasi della kermesse. La mostra è visitabile tutti i giorni presso lo spazio espositivo Ex Rifugio, nel centro storico a Caltanissetta. Ritratto anche il personaggio principale di tutta la manifestazione che nel 2006 è stata inserita nel registro eredità immateriali della Sicilia. E’ il Capitano che viene eletto ogni anno tra i rappresentanti delle categorie artigiane e si veste secondo la tradizione settecentesca: marsina e feluca con piuma nera e coccarda tricolore, fascia tricolore con lo stemma della Repubblica Italiana alla cintura e spadino con l’elsa dorata. Indossa calze di seta, guanti e cravatta neri e porta mestamente in braccio il grande crocifisso velato di nero. Il Capitano si fa «carico della colpa e del peccato di tutti», afferma la tradizione. È preceduto nel corteo dall’alfiere e dallo scudiero, lo seguono l’alabardiere e il portabandiera.

In guanti neri e con un cero in mano, tra due ali di folla, sfilano gli artigiani. «Una toccante marcia colma di dolore e malinconia accompagna la Maestranza in Cattedrale per celebrare la venerazione del Santissimo Sacramento», proseguono gli organizzatori dell’evento. Il Capitano, in quanto rappresentante del popolo, riceve il perdono e annuncia la liberazione dell’uomo dal peccato; le calze, la cravatta e i guanti neri vengono allora sostituiti con quelli bianchi. Le bandiere delle corporazioni, liberati dai nastri oscuri, si dispiegano a festa. A mezzogiorno, la Real Maestranza esce dalla Cattedrale in solenne processione, accompagnando il Santissimo portato dal vescovo in uno splendido ostensorio d’oro. La marcia della banda musicale trasmette allegria e felicità, le campane e i mortaretti suonano e sparano a festa. E’ Pasqua.

© Riproduzione riservata

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