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PROCESSO

I depistaggi su via D'Amelio, il pm riavvolge il nastro con le dichiarazioni degli ex collaboratori

Il nastro delle dichiarazioni degli ex collaboratori Vincenzo Candura e di Vincenzo Scarantino è stato riavvolto dalla procura di Caltanissetta durante la requisitoria dal sostituto procuratore durante il processo sul depistaggio della strage di via d’Amelio. Nel pomeriggio il pm Stefano Luciani si è soffermato sulle dichiarazioni di Candura e sull'informativa redatta dai carabinieri che lo arrestarono qualche settimana dopo l’eccidio del giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. In quell'occasione Candura avrebbe detto a chiare lettere che non c'entrava nulla. Anche l’avvocato Gioacchino Genchi, durante la sua escussione, ha raccontato un episodio che si è registrato durante un interrogatorio di Candura e al quale lui stesso ha partecipato insieme ad Arnaldo La Barbera. Un interrogatorio senza fonoregistrazione ma a dire dello stesso Genchi si è tenuto con delle pause, quasi a voler ricercare il consenso dell’interlocutore. «Il fatto che Vincenzo Scarantino sia stato indotto ad una falsa collaborazione con la giustizia è un dato provato perchè c'è scritto nel Borsellino quater e la sentenza è passata in giudicato. Nelle dichiarazioni di Salvatore Candura, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino vi sono anche elementi di verità suggeriti dagli inquirenti. L’adeguamento delle reciproche versioni deve ora essere individuato quale spia dell’indottrinamento dei tre in particolare durante il ruolo avuto dai colloqui investigativi. Lo sforzo che si sta facendo è rappresentare gli elementi per individuare gli autori della falsa collaborazione di Scarantino», ha concluso il pm rinviando il prosieguo a domani della requisitoria, durante la quale verranno rese note le richieste dalla parte della Procura nissena. Il pm ha parlato anche di un «canovaccio ben predefinito», facendo riferimento anche alla nota del centro Sisde di Palermo trasmessa a Roma nell’agosto del '92 - quindi qualche settimana dopo la strage di via d’Amelio - e con cui fu informato l’ufficio centrale sull'ufficiosità che la Polizia di Stato già aveva significativi elementi informativi in merito alla vettura utilizzata per l’attentato al giudice Borsellino, l’identificazione degli autori del furto dell’auto e del luogo dove sarebbe stata custodita prima di essere riempita di esplosivo e poi fatta esplodere. «Ma gli elementi investigativi certi sulla vettura - ha evidenziato il pm Luciani - arrivano un anno dopo».

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